L’ESPERIENZA DELLA “BLACK MIRROR SERIES” DI LINDA SALERNO

Elisabetta Longari

Queste immagini sembrano frutto di un sortilegio. Della fotografia hanno la quali- tà fantasmatica, della pittura la componente metamorfica e materica. Sono una sorta di fugace illuminazione, d’improvvisa apertura su un mondo fatto di fruscii e bisbi- gli, visioni generate dalla lacerazione di un velo che dà accesso a un altrove altrimenti nascosto. Allo sguardo sembra di passare attraverso una cortina di pioggia che, scen- dendo, scioglie le immagini slontanandole. In primo piano, questo diaframma liqui- do, materico e vischioso come inchiostro, implica e cattura radicalmente l’osservatore. Una tenda “scritta con l’alfabeto morse”, fatta di segni pittorici fluidi come le chiome dei salici piangenti, cola spesso tra i capelli di Linda per confondervisi.

La lente sempre frapposta, come una superficie d’acqua increspata, tra l’os- servatore e la scena rimanda al mondo di Alice di Lewis Carroll, peraltro evocato dallo specchio presente nel titolo dell’intera serie, ma questo è un argomento su cui torne- remo.

Linda, la sua figura (non ne vediamo mai il volto, sempre rivolto altrove, at- tratto da qualcosa fuori-campo che magnetizza anche il nostro sguardo), sembra dan- zare e correre in un bosco. Lo spazio e il tempo vivono una dimensione sospesa. Linda si muove nella natura come Francesca Woodman negli interni: sono come angeli. Usano il loro corpo in modo performativo, ma se le loro fotografie costitui- scono una sorta di autoritratto è soltanto perché rappresentano battiti d’ali (e chi non vorrebbe volare?).

Da quando Linda si è trasferita in Canton Ticino ha dato segni di un avvicina- mento alla parte più essenziale del suo essere: il suo lavoro risente maggiormente del legame con la natura (non con il paesaggio).

La “Black Mirror Series” è proprio leggibile come un’immersione nelle forze generative. Si noti come vi sia un rapporto di sostanziale consanguineità tra la donna, la farfalla e il bosco: essi non sono che differenti aspetti momentaneamente assunti dall’energia, ma potrei anche scrivere dallo spirito, dall’anima (l’eco del legame sim- bolico tra farfalla e anima, antico e tenace, sopravvive in molte culture).

Ma si faccia attenzione a non equivocare questo contatto con il profondo attri- buendogli inflessioni panteistiche New Age: in questo caso piuttosto si tratta di attin- gere al femminile ancestrale, all’eterno femminino della natura.

L’opera in cui Linda diventa farfalla richiama un mondo popolato di fate, di cui l’artista sembra impersonare Titania, la regina shakespeariana del Sogno di una notte di mezza estate.

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Si diceva che queste opere non sono autoritratti in senso stretto, tanto è vero che i lineamenti del viso sono sempre sottratti. Linda è per lo più voltata di spalle, mettendo in atto una strategia che favorisce potentemente l’identificazione dell’osser- vatore (basta ricordarsi della funzione della figura umana nei dipinti di Friedrich).

Anche se non porge la schiena, il volto comunque sfugge, attento a un altrove, come se si sentisse chiamare da vicino da qualcosa di lontano. Che guarda, che vede Linda? Che sta seguendo?

Curiosamente l’artista posiziona sé stessa proprio nel luogo dell’opera d’arte: sulla soglia tra visibile e invisibile, trasformandosi così in presenza “altra” eppure concreta.

La scelta della zona di confine, del territorio del limite crea spaesamento e inquietudine. L’alterità circonda e assedia il profilo della realtà, preme ed è sempre pronta a irrompere.

Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e una prerogativa di questi è proprio che l’atmosfera onirica può cambiare repentinamente segno per trasformarsi in incubo, come ricorda Lars Von Triers nel suo ultimo film sublime e terribile, Antichrist.

Anche il titolo della mostra, “Who are you?”, che inchioda chi guarda con un’in- terrogazione a bruciapelo, mette sull’avviso: il territorio schiuso dallo sguardo di Lin- da Salerno è di difficile decifrazione.

Derivate da un procedimento complesso, una riuscita alchimia tra danza, per- for-mance, pittura e fotografia, queste immagini enigmatiche, dal corpo inafferrabile perfino dal punto di vista linguistico, funzionano come specchi oscuri in cui il mon- do, duplicandosi, si fa ordito di bagliori, ombre, proiezioni, sovrapposizioni e riflessi inveduti.